Vacanza o pienanza? 

Una mamma, anche nonna, sull’onda dell’affondo della scorsa settimana “Adolescenti nel cono d’ombra”, mi ha evidenziato un articolo di Alessandro D’Avenia che leggiamo in parte.

“Vorrei diventare più altruista, lasciar andare ciò che mi fa male, trovare il vero senso della vita, studiare analisi 1, mettere i miei desideri e non quelli degli altri al primo posto, rendere le cose più semplici, avere un rapporto migliore con il mio corpo, essere più sicura di me stessa, migliorare a scuola, trovare un punto di accordo con i miei genitori, migliorare la mia vita sociale, essere più sicuro di me”...
Sono solo alcune delle risposte di alcuni studenti alla prima domanda di un questionario che sottopongo loro nell’ultima parte dell’anno, per una esplorazione approfondita delle loro attitudini, progetti e punti di crescita.
Il «questionario dei desideri» cerca di anticipare e rendere serio il gioco effimero della notte di san Lorenzo: la caccia alle stelle cadenti. Quella notte vogliamo credere che ci sia una connessione tra il movimento di un corpo celeste e quello di un corpo umano. Desiderio, lo sappiamo, viene dal latino de- (distanza) e -sidera (stelle). Si manifesta infatti come inquietudine, mancanza (non assenza) di una stella-guida, tanto che il suo contrario è «disastro», una stella (-astro) avversa (dis-).
Il desiderio è il motore della vita, tensione verso la pienezza, tanto che chi non lo rispetta o non lo coltiva, si spegne nell’abitudine o nella menzogna. Ma avere un desiderio non basta, bisogna passare dal «de-siderare» al «con-siderare (stare con le stelle), cioè trasformare la distanza in frequentazione. E questo richiede silenzio, tempo e attenzione, vita interiore e azione.
Per questo motivo all’inizio del questionario chiedo ai ragazzi di esprimere con un «vorrei» il loro «de-siderio» più urgente, per poi approfondirlo con «con-siderazioni» precise, cioè una serie di domande mirate a capire che cosa li muove in quella direzione: il desiderio è autentico? Quali sono gli ostacoli (interni ed esterni)? Quale piano hai per iniziare a realizzarlo in estate?
Anche per questo non amo chiamarle vacanze (vacanza viene dal latino «vacuus»: vuoto), che tradisce un modo di pensare senza libertà: tempo pieno (studio) - tempo vuoto (non studio). Il tempo è invece pieno o vuoto in base al senso che gli diamo.
Io «vorrei» che i miei studenti vivessero l’estate come tempo «pieno», non perché lo riempiano di mille cose (ci può essere «vuoto» anche nella frenesia), ma perché lo «co-stellino» (stiano con le stelle) di pienezza di senso grazie all’impegno quotidiano nei loro desideri più importanti. Solo così la «vacanza» diventa «pienanza»: pienezza di senso (desiderio, azione, impegno, gioia).

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